L’era del “io c’ero” e l’ossessione del “mostrare”: quando l’arte rischia di pagarne le spese.

Quante volte capita: entriamo in un museo, ci fermiamo davanti a un dipinto.
Magari i Girasoli di Van Gogh. Magari le Ninfee di Monet. .
Per un istante lo osserviamo… poi, inesorabilmente, arriva: quella pulsione irrefrenabile che ci fa frugare nelle tasche o nella borsa e prendere in mano il telefono. In men che non si dica abbiamo già aperto la fotocamera e… scattiamo! Scattiamo velocemente quella foto che ci porteremo a casa a testimonianza della nostra visita e che, nel 98% dei casi (ho voluto essere ottimista), non guarderemo mai più.
E poi?
E poi passiamo oltre.
È una scena normale, quotidiana, così frequente da sembrarci, ormai, familiare.
Qualche riflessione
Settembre 2024, Parigi, Louvre: un’attesa di 15 minuti per poter vedere, da distante, la Gioconda, sommerse (sia io che la povera Monnalisa) da decine di telefoni alzati, mani impegnate in scatti furiosi e cervelli disposti soltanto a qualche secondo di fugace osservazione.
Un cordone e una marea di teste separano il celebre capolavoro dal mio sguardo.
A un certo punto si fa largo una coppia. Passano avanti a tutti, le guardie li accompagnano dietro al cordone. Felici, si fanno scattare alcune foto con il quadro alle loro spalle. Chi saranno mai stati? Impossibile saperlo. Sicuramente qualcuno ritenuto degno di poter godere da vicino di una delle opere più famose di sempre. Noto, tuttavia, che dopo aver fatto le foto se ne vanno. L’opera l’hanno solo immortalata: la Gioconda come sfondo per delle foto ricordo, nulla più.
Sorte simile per “Amore e Psiche” del Canova. Resto pazientemente in fila, per circa venti minuti, in attesa che una giovane turista si stufi di scattare un intero book fotografico di se stessa con la statua sullo sfondo.
Inutile negarlo, anche a me piace fare qualche scatto quando entro in un museo. Forse mi illudo che le foto ottenute col mio iPhone possano essere migliori di quelle che troverei in riviste d’arte specializzate o nei siti dei musei, chissà.
Eppure, nonostante io stessa qualche volta ceda alla tentazione del clic, mi infastidisco sempre (più) per quel turismo artistico mordi e fuggi, così terribilmente fake, che riempie troppo spesso mostre e musei. Perché, ogni volta che noto questo fenomeno, mi domando: qual è lo spirito con cui molte persone, oggi, entrano nei musei o visitano una mostra? Cosa vogliono realmente vedere e cosa, di fatto, hanno realmente visto al termine della loro visita? Ma sopratutto, quanto tempo si concedono per vivere queste esperienze culturali?
L’ansia da condivisione e il poco tempo a disposizione
E’innegabile che, ormai, nella nostra società, le esperienze acquisiscono valore se sono condivisibili. In altre parole: non basta visitare una mostra, bisogna condividere il fatto di esserci stati e poter dimostrare che è vero. Ciò significa che non basta entrare in un museo, bisogna condividerne la posizione e taggarlo. Non basta osservare un’opera, fotografarla con gli occhi e con la mente e tenerla nel cuore: bisogna fare clic e postarla.
La foto diventa una prova di presenza. Un modo per dire: “Io c’ero.” E questo, se ci pensiamo, accade non solo nei musei. Succede al ristorante, ai concerti, in generale agli eventi pubblici e privati a cui partecipiamo.
Ma stare in un luogo, esserci davvero, è un’altra cosa. Essere presenti all’esperienza che stiamo vivendo o che un luogo ci può offrire spesso non coincide con l’esserci fisicamente. Richiede che la mente sia davvero lì, pronta e attenta. Concentrata e disponibile all’ascolto.
E’ altrettanto vero che, oggi giorno, il tempo è una risorsa preziosa che scarseggia sempre. Viviamo immersi in un mondo pulsante di schizofrenica velocità, in cui siamo obbligati a viaggiare sempre a una velocità supersonica per stare al passo coi tempi. Una velocità aggravata da: scorro, non ci capisco niente, posto lo stesso, consumo comunque.
Dobbiamo rassegnarci all’idea che la relazione con l’arte richiede lentezza. Ha bisogno di tempo per osservare, per comprendere e per farsi domande. Davanti all’Ultima Cena di Leonardo, ad esempio, non basterebbero delle ore per analizzare gli sguardi, i gesti o le tensioni tra i personaggi.
Ed è difficile capirlo, oggi più che mai, nella società in cui non c’è più tempo di qualità per nulla. Da una parte abbiamo qualcosa che richiederebbe attenzione profonda, l’arte. Dall’altra viviamo in un modo abituato a frammentare, velocizzare, mostrare, e a cui non importa se non ci abbiamo capito niente di quello che stiamo guardando: l’importante è che l’abbiamo visto e lo abbiamo condiviso con più persone possibili.
Quanto tempo serve davvero per guardare un’opera d’arte?
Di solito, molto meno di quanto immaginiamo.
Nei musei, infatti, i visitatori si fermano davanti a un’opera per pochissimo tempo: spesso meno di 30 secondi, a volte addirittura tra gli 8 e i 10. È il tempo di riconoscere un’immagine, magari dire “ah sì, la conosco”… e poi andare oltre. Ma guardare davvero è un’altra cosa.
Per invitare i visitatori a connettersi con la lentezza dell’arte, nel 2010 è nato un evento globale, lo Slow Art Day. Una giornata internazionale dedicata a un’idea semplice ma quasi rivoluzionaria: imparare a guardare l’arte con lentezza. Si svolge di solito attorno al secondo sabato di aprile e vi partecipano centinaia di musei e gallerie in tutto il mondo. Attraverso questa iniziativa si è voluto incoraggiare i visitatori a privilegiare il “vedere meglio” al “vedere tutto”.
Già, perché spesso l’osservazione mordi e fuggi nasce proprio dal fatto che dobbiamo vedere tutto, a tutti i costi, e ciò rischia di trasformare inevitabilmente l’esperienza di visita in un massacro psicofisico di cui ricorderemo solo la stanchezza.
Durante lo Slow Art Day, il “gioco” è semplice: si scelgono poche opere (anche solo 3–5), si resta davanti a ciascuna per diversi minuti (almeno 5–10, anche di più) e poi, in alcuni casi, si condividono impressioni e pensieri con altri visitatori. Non serve essere esperti di storia dell’arte, né “capire tutto”. Conta solo osservare con attenzione e vedere cosa succede. L’idea alla base dell’iniziativa è che più tempo passiamo davanti a un’opera d’arte, più cose iniziamo a notare: dettagli, colori, relazioni, ma anche emozioni e ricordi personali.
Guardare lentamente stravolge il tipo di esperienza: da una visita veloce a una vera e propria “date” con l’opera. In questo senso, lo Slow Art Day è quasi un antidoto alla fretta: invece di “consumare” l’arte, ci invita a viverla con lentezza.
Se mangiamo velocemente, in pochi secondi, di quel pasto non ci resterà nulla, nemmeno il ricordo. Non ne assaporeremo il gusto, non ne esploreremo i sapori. Non saremo sazi, perché avremo mangiato senza consapevolezza e in maniera frettolosa.
Ho usato l’esempio del cibo perché il modo in cui spesso consumiamo arte assomiglia sempre più a una sorta di fast food. La ingurgitiamo frettolosamente, restando affamati come prima e, forse, più di prima. Cosa ne resta del senso, del messaggio, della forza e del significato della ricerca artistica su un’opera se ci limitiamo a sfiorarla velocemente senza prenderci del tempo per osservare? cosa ce ne facciamo della memoria del telefono pieno se quella della nostra mente ha solo ricordi sbiaditi?
L’importanza della foto ricordo
Che non vi venga il dubbio: non c’è nulla di condannabile nello “scattare foto” (se il regolamento del museo lo consente). Le immagini, da sempre, custodiscono ricordi preziosi, accendono curiosità e, perché no, aiutano a diffondere la cultura.
Quello che voglio dire è, piuttosto, che dovremmo farci qualche domanda quando iniziamo a renderci conto che la mera “attestazione di presenza” prende sistematicamente il posto del “vivere l’esperienza”. Se il nostro obiettivo è passare (velocemente) attraverso un’esperienza culturale per avere nuovi contenuti da mostrare, oppure se il museo diventa uno sfondo e l’opera un semplice accessorio, io credo che sia il caso di iniziare a riflettere.

Al proposito, avrete senz’altro sentito parlare del Museum Selfie Day. Un’altra iniziativa interessante, diventata ormai un fenomeno globale. Si tratta di una giornata in cui le persone sono invitate a visitare musei e condividere i propri selfie con le opere d’arte, trasformando così la visita in un’esperienza da raccontare online. Lo scopo dell’iniziativa è quello di avvicinare il più possibile le persone ai musei. Condividendo la propria esperienza, i visitatori ne diventano parte: si fotografano con le opere, le reinterpretano, le condividono online.
Molti musei partecipano attivamente, incoraggiando il pubblico e creando eventi speciali o percorsi “selfie-friendly”.
Questa iniziativa, che riflette il modo in cui oggi stiamo vivendo la cultura, ha comunque dei risvolti positivi, poiché rende i musei più accessibili, incoraggia l’accesso dei giovani e, in qualche modo, fa quel che può per avvicinare all’arte anche chi magari non ne è interessato.
Ma allo stesso tempo ci fa ritornare sulla domanda: quanto spazio resta per l’osservazione, quando l’attenzione si sposta sullo scatto autocelebrativo?
Osservare davvero un’opera non è un’attività fatta di rapidi automatismi. È qualcosa che si costruisce nel tempo, imparando a cogliere dettagli, simboli, relazioni. Osservando un’opera d’arte si impara a stare in un tempo infinito, a tollerare l’incertezza, a confrontarsi con diverse domande. Ma, soprattutto, si impara a rallentare, a prestare attenzione. A esserci. Qui e ora.
Un esercizio di liberta
Come avrete capito, quello che personalmente mi preoccupa un p0′ non è tanto la foto o il selfie in sé, quanto la trasformazione di una esperienza culturale (come la visita al museo, mostra e così via) in una performance sociale.
Allora vi lancio una sfida: la prossima volta che visiterete una mostra, provate a fare qualcosa di semplice. Scegliete una sola opera.
Non importa se è proprio quella più famosa o quella davanti a cui tutti si fermano per pochi secondi.
Rimanete lì per cinque minuti.
Cinque minuti senza telefono. Senza fotografie. Senza leggere subito la didascalia.
Osservate davvero.
Anche un’opera che pensavate di conoscere — come la Gioconda o la Notte stellata — potrebbe rivelarvi dettagli che non avevate mai notato.
Forse la vera sfida non è vedere più opere d’arte possibili nel (poco) tempo che abbiamo a disposizione, ma imparare a guardarle davvero.
In un mondo che ci spinge continuamente a passare oltre, fermarsi davanti a un’opera può diventare un gesto quasi rivoluzionario. Un atto di attenzione. Un esercizio di libertà.
Perché l’arte non ci chiede solo di guardare. Ci chiede di essere presenti.
Ed è proprio questa presenza che, a volte, rischiamo di trascurare.
Fatele le foto, scattatevi tutti i selfie che volete (in sicurezza, però, mi raccomando!). Ma prima (o dopo) mettete in tasca il cellulare e fermatevi a ascoltare quello che l’opera ha da raccontarvi.
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