
Una domanda posta nel modo sbagliato
Quando mi capita di dialogare di diritto dell’arte con artisti o studenti, prima o poi, per provocazione, pongo sempre la stessa domanda:
“Un artista deve conoscere il diritto?”
e sempre, con una puntualità disarmante, arriva la stessa risposta:
“L’artista è un creativo, non un giurista.“
È un’affermazione comprensibile, che, per certi versi, si fa paladina di un concetto sacro e costituzionalmente tutelato che ruota attorno alla libertà dell’arte e alla sua necessaria distanza da vincoli e imposizioni di qualunque genere. Peraltro, chi sceglie un percorso artistico lo fa per dar voce alla propria creatività e comunicare idee ed emozioni, non di certo per imparare a memoria norme, saper redigere contratti o studiare regolamenti.
Come poter superare, allora, questa obiezione? Me lo sono chiesta in più occasioni, e sono arrivata alla conclusione che sia sufficiente riformulare la stessa domanda in modo diverso, ovvero:
“Quanto può pesare, nella carriera di un artista, la scarsa conoscenza del diritto?”
Il (falso) mito della dicotomia arte/diritto
Lo ripeto con costanza, ormai, da anni. È ancora troppo radicata, nella nostra cultura, l’idea che l’arte e il diritto siano due universi separati: come se da una parte ci fosse il mondo della creatività, dall’altro quello delle regole. Da una parte la libertà, dall’altra i limiti.
Questa dicotomia ci appare ormai talmente ovvia che la crediamo vera. Solo che, nella realtà, le cose non sono proprio così.
Il diritto non arriva mai dopo: accompagna l’arte, dal momento in cui nasce e per tutta la sua esistenza. La tutela, la abbraccia, la accoglie. Un esempio? l’atto creativo genera, già di per sé, dei diritti in capo al suo autore. È sufficiente la creazione di un’opera perché l’artista acquisisca dei diritti su di essa, azionabili immediatamente. E con riguardo alla vita di un’opera d’arte? Circola e si muove in una piazza che è caratterizzata da scarsa trasparenza e opacità: le regole e la costruzione delle giuste tutele sono fondamentali per garantirle una circolazione quanto più possibile sicura.
Eppure, ancora troppo spesso, si pensa agli strumenti del diritto solo quando qualcosa “va” o “sta per andare storto”. Quando nasce una controversia per un utilizzo non autorizzato di un’opera, quando un contratto si rivela problematico, quando non arriva un pagamento che stavamo aspettando. Ed è così che la parola diritto viene inevitabilmente associata a “problema” o “conflitto”.
Ma il suo ruolo più importante è un altro: evitare che il conflitto si manifesti, aiutando a raggiungere chiarezza e trasparenza nelle relazioni e a comprendere aspettative, responsabilità e diritti. In questo senso, il diritto non deve essere visto soltanto come uno strumento di difesa nel conflitto, ma come uno strumento di prevenzione (e, perché no, pianificazione).
Il diritto come linguaggio
Forse per comprendere davvero qual è il ruolo del diritto accanto all’arte dovremmo smettere di considerarlo solo come un coacervo di divieti e iniziare a pensarlo come un linguaggio con cui tessere e regolare relazioni stabili e consapevoli.
Cosa significa? Pensiamo a un artista che firma un contratto con una galleria: entrambi stanno utilizzando il linguaggio del diritto. Oppure pensiamo a un artista che cede i diritti riproduzione della propria opera: sta utilizzando il linguaggio del diritto. E che dire di un artista che rivendica la paternità su una determinata creazione? Ancora una volta, sta utilizzando il linguaggio del diritto.
E come per ogni linguaggio, per poter partecipare attivamente a una conversazione, senza rimanere esclusi, bisogna conoscerne almeno le basi. Diversamente, si rischierebbe di capire fischi per fiaschi e di perdersi passaggi fondamentali.
La delega totale è davvero una soluzione? Meglio conoscere per scegliere consapevolmente
Qualcuno potrebbe obiettare ancora e dire:
“Io non voglio saperne nulla, preferisco affidarmi a professionisti qualificati, come consulenti, avvocati, commercialisti.”
Riconoscere la necessità di ricercare il supporto di figure competenti è fondamentale. Ma, ancora una volta, per capire a chi rivolgersi e quando è il momento di rivolgersi a un professionista qualificato serve una conoscenza del “tool kit” di base.
Peraltro, chiedere assistenza è diverso da delegare completamente la comprensione delle scelte che riguardano il proprio lavoro.
Avere una conoscenza di base dei propri diritti permette di porsi domande migliori, di comprendere ed evitare rischi inutili e di partecipare in modo più consapevole alle decisioni che riguardano il proprio lavoro. In altre parole, dà consapevolezza. E la consapevolezza non serve soltanto a evitare problemi, ma aiuta in primis a scegliere. Un artista che comprende i propri diritti può valutare diverse opportunità: può decidere se accettare determinate condizioni, le può negoziare, può costruire collaborazioni più equilibrate, può proteggere il proprio lavoro senza penalizzare la propria libertà creativa.
Come sempre, la conoscenza non limita le possibilità, le amplia, arricchendole di consapevolezza.
Una questione di consapevolezza
In fondo, il punto non è trasformare gli artisti in giuristi. È aiutare gli artisti a comprendere meglio il mondo in cui le loro opere nascono, vivono e circolano. Perché la creatività produce valore, e comprendere come quel valore viene riconosciuto, tutelato e condiviso non è un’attività estranea all’arte, è parte integrante della sua stessa esistenza.
L’artista non deve conoscere tutto il diritto, ma dovrebbe conoscere abbastanza da poter scegliere il proprio percorso con maggiore consapevolezza. Ed è proprio qui che arte e diritto smettono di apparire come mondi opposti e iniziano a dialogare.
